Se parte Silvia e torna  Aisha …   

 

di Gerardo Verolino –

Siamo tutti contenti che una nostra giovane concittadina, Silvia Romano, rapita all’estero da un gruppo jihadista, sia stata liberata, seppur dietro il pagamento di un riscatto che si aggirerebbe intorno ai 4 milioni di euro. Gli italiani che vanno all’estero, in territori di guerra, o dove operano certe bande di criminali dedite al sequestro degli occidentali con finalità estortive dovrebbero evitare di mettere in imbarazzo lo Stato italiano che poi è costretto a pagare cifre così elevate per il riscatto, in un momento che si presenta quanto mai complicato per l’economia del paese a causa del prolungato lockdown.

Gerardo Verolino

Prima di programmare un viaggio, non strettamente necessario,  pur con ammirevoli intenti filantropici, in zone ad alto rischio, farebbero bene a pensarci più di una volta, per non costringere lo Stato a trattare con dei delinquenti patentati ai quali poi è costretto pure a versare i soldi dei contribuenti italiani che potrebbero essere utilizzati in modo migliore. Bene dunque la liberazione della ragazza.

Meno bene, anzi decisamente sconcertante, quello che si è visto all’aeroporto di Ciampino dove, in diretta televisiva, si è assistito allo sbarco della giovane cooperante fasciata con una vistosa veste islamica mentre il velo le ricopriva il capo a causa della sua conversione, “senza costrizioni”, all’Islam che, non solo è un inopportuno omaggio alla cosiddetta “religione di pace” che sgozza, a sangue freddo, come agnelli sacrificali gli occidentali, che fa esplodere gli ordigni alle metropolitane delle nostre città, che investe con i Tir i bambini che passeggiano sui lungomare, che trancia decine di vite umane nei teatri, nei caffè, lungo le strade, sparando nel mucchio, godendo e ridendo di tanto sangue innocente versato, che umilia e sottomette le donne, proprio come la nostra Silvia Romano, che frusta le adultere e impicca gli omosessuali; ma che è anche uno, sgradevolissimo, omaggio ai suoi  fanatici carcerieri musulmani.

D’altronde i soldi pagati per il riscatto della signora Romano vanno a finanziare le attività terroristiche del gruppo di Al-Shabab che l’ha rapita su una spiaggia di Malindi 18 mesi fa.

No, signora Romano, quella divisa che ha indossato ( non è un verde speranza ma simbolo d’oppressione) che per le donne somale al ritorno in Italia e con la quale ha voluto fare, di proposito, opera di proselitismo per quell’Islam politico dalla quale l’abbiamo liberata non le fa onore.

È un abito che rappresenta una cultura è un’idea della società che dovrebbe disprezzare per il resto della sua vita. Proprio come disprezzano la divisa nazista i reduci dei campi di sterminio che quando la additano agli altri è solo per sputarci sopra.

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