Segev, il ministro “spacciatore”
che faceva la spia per l’Iran

Gonen Segev

Gonen Segev

di Fabio Scuto –    

E’ in una cella senza nome, non ha nemmeno un codice identificativo, ma il detenuto “X” del carcere di massima sicurezza nelle vicinanze di Gerusalemme, è su tutte le prime pagine dei giornali israeliani. Il carcerato misterioso si chiama Gonen Segev ed è un ex ministro, arrestato alla fine del suo mandato per traffico internazionale di stupefacenti; falsificò il suo passaporto diplomatico israeliano allungandone la durata per evitare i controlli all’aeroporto di Amsterdam.

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Fabio Scuto

Pagato il suo debito con la giustizia anche per frodi finanziarie, Segev lasciò Israele nel 2007 e dal 2012 viveva in Nigeria, dove gestiva una clinica piuttosto frequentata.

Finito nelle mani del Mossad nel maggio di quest’anno nella Guinea Equatoriale, Segev è accusato di aver passato segreti al peggior nemico di Israele: l’Iran degli ayatollah. E ieri il capo dell’Intelligence iraniana, in una rara dichiarazione pubblica, senza mai farne il nome, ha fatto capire che Gonen era stato “arruolato” dalla Vevak, il servizio segreto di Teheran.

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Nelle udienze che si sono svolte dal 5luglio presso la Corte Penale di Gerusalemme- davanti a tregiudici, a porte chiuse e sottoposte a censura per motivi di sicurezza – Gonen Segev stando alle indiscrezioni fatte trapelare, hacercato di vendere la suaverità: avrebbe contattatogli iraniani, ma solo per fingersi un traditore e ottenere informazioni da girare poi al suo Paese. Un modo per riscattare il suo passato. Deputato nel 1992, ministro dell’Energia nel 1995, dopo aver lasciato la politica nel 1996 è scivolato via via in un mondo di ombre e loschi traffici.

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Nel 2002 cercò di vendere sistemi d’arma ai guerriglieri dello Sri Lanka, nel 2003 con la complicità della moglie tentò una truffa alla sua banca, nel 2004 cercò di contrabbandare 6 kg di ecstasy (32.000 pasticche) dall’Olanda. Pizzicato dalla sicurezza dell’aeroporto Ben Gurion, finì in carcere e perse la licenza di medico per indegnità. Scontata la pena lasciò Israele e nel 2012 si stabilì ad Abuja, in Nigeria.

Gli investigatori israeliani sono convinti che il Paese non sia stato scelto a caso, in Nigeria la presenza diplomatica iraniana è piuttosto numerosa. Lo Shin Bet ha le prove dei suoi contatti con l’ambasciata iraniana in Nigeria e di due viaggi a Teheran per incontrare i suoi “gestori”, ai quali avrebbe passato “dozzine di rapporti”. Secondo l’accusa avrebbe fornito informazioni acquisite quando era ministro dell’Energia e avrebbe aiutato a localizzare basi e istituzioni chiave nel sistema di difesa israeliano, oltre a fornire i nomi di diversi funzionari dell’intelligence. Segev, attraverso i suoi avvocati, nega di aver lavorato contro gli interessi di Israele.

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Lo scorso maggio l’ex ministro ha avuto la percezione che qualcosa intorno a lui si stava muovendo, che la sua clinica di Abuja era sotto controllo. Prese poche cose e molto denaro contante, Segev ha cercato di entrare in Guinea Equatoriale nel maggio 2018, dove è stato trattenuto a causa del suo passato criminale e consegnato agli uomini della sicurezza israeliana che lo attendevano sul posto. Martedì in una rara dichiarazione pubblica il potente ministro dell’Intelligence iraniana, Mahmoud Alavi, ha confermato, dopo precedenti smentite, che un ex ministro israeliano arrestato quest’anno e accusato di spionaggio per l’Iran era in realtà un agente di Teheran. “Di recente avete sentito che abbiamo agganciato un membro di un gabinetto di un potente paese”, ha detto Alavi alla tv iraniana.

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Mahmoud Alavi

Anche se non ha specificato a quale paese si riferiva, siti di news iraniani e molti commentatori l’hanno considerata come una prima ammissione dei rapporti con Segev. Il ministro Alavi ha anche annunciato che l’Iran ha arrestato dozzine di spie, senza però specificare quando siano avvenuti gli arresti né la nazionalità dei detenuti. Alavi ha anche rivelato altri dettagli sulla lotta all’Isis, responsabile di diversi attacchi, come quelli al Parlamento e al Mausoleo dell’ayatollah Khomeini a Teheran nel giugno dell’anno scorso: 230 “cellule terroristiche” smantellate, 180 i sospetti arrestati, e 130 le indagini ancora aperte. La guerra delle ombre continua.

 (Fatto Quotidiano)

 

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