Servitori dello Stato

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di Daniele Coppin –
In questi giorni due notizie hanno rattristato tutti coloro che hanno a cuore Israele: la condanna per omicidio colposo di Elor Azaria, il giovane soldato israeliano finito sotto processo per aver ucciso un terrorista palestinese dopo che questi aveva aggredito e ferito a coltellate un commilitone, e la morte di Hagai Ben Ari, maggiore dell’Israel Defense Force, colpito da un cecchino durante l’Operazione “Protective Edge”, nel 2014.
La vicenda del soldato Elor Azaria è di quelle che inevitabilmente spaccano un Paese. Il 24 marzo 2016, in piena “intifada dei coltelli”, un terrorista palestinese, Abdul Fatah al-Sharif, armato di coltello, aveva aggredito ad Hebron, con un altro terrorista, un commilitone di Azaria. I soldati avevano reagito e ferito l’aggressore che mentre giaceva a terra era stato colpito da Azaria. L’azione del soldato ventenne era stata giustificata dal timore che il terrorista palestinese avesse una cintura esplosiva nascosta sotto il giubbotto.

Israeli citizens hold Israeli flags and banners reading in Hebrew "We love the IDF, release Elor" during a rally in Tel Aviv on April 19, 2016 to support Elor Azria, an Israeli soldier recently charged with manslaughter after shooting a prone and wounded Palestinian assailant in the head.

La sentenza ha suscitato una vivace discussione sia in Israele che negli ambienti che nel mondo da sempre si battono a sostegno dello Stato ebraico, tra chi critica la sentenza perché non avrebbe tenuto conto del contesto operativo in cui si era verificato il fatto e chi, invece, vede nell’esito del processo l’ennesima dimostrazione delle basi solide della democrazia israeliana. Manifestazioni di protesta da parte si sostenitori del soldato israeliano, si sono verificate davanti al tribunale, mentre esponenti dei partiti dell’attuale maggioranza alla Knesset hanno criticato il Capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot per come sarebbe stato gestito il processo. Paradossalmente, la sentenza è stata criticata anche dall’ANP secondo la quale il processo sarebbe stato uno stratagemma per sfuggire alla minaccia dei tribunali internazionali.
Al di là degli aspetti meramente tecnico-giuridici della vicenda, non si può negare che i commenti alla sentenza risentano di considerazioni emotive e politiche entrambe degne di rispetto. Molti di coloro che criticano la sentenza vivono o hanno vissuto in Israele, oppure hanno un figlio o un familiare sotto le armi e, quindi, trasferiscono inevitabilmente la vicenda nel loro vissuto emozionale fatto di preoccupazioni per i propri cari, timori quotidiani, ansia per lo squillo di un telefono che potrebbe dare una notizia che nessuno vorrebbe ricevere. Per costoro, che ai propri familiari richiamati alle armi raccomandano di fare attenzione, conta una cosa sola: rivedere il proprio figlio, marito, fratello tornare a casa sano e salvo al termine del servizio militare. E come poter dar loro torto? Il sospetto di una bomba nascosta sotto un giubbotto, il rischio di un cecchino, di un’imboscata o di qualche altra trappola di quelle che nelle guerre asimmetriche, quale è la lotta al terrorismo, c’è sempre e diventa un motivo più che sufficiente, per queste persone, perché si spari e nessuno può consentirsi il lusso di giudicarle perché di noi può sapere in certe situazioni cosa farebbe? È così, con buona pace di tutti i buonismi di cui è intrisa una certa retorica buonista e sedicente pacifista.

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Il maggiore Haig Ben Ari

Il maggiore Haig Ben Ari   è un altro di questi servitori del popolo di Israele. Colpito da un cecchino a Gaza il 21 luglio 2014, durante “Protective Edge”, il trentunenne maggiore è stato in coma per due anni, dapprima in ospedale e poi nella sua casa sulle alture del Golan, combattendo quella che il fratello, Noam, ha definito una battaglia per la vita. La sua promozione simbolica a comandante dell’Unità di Ricognizione di Elité dei Paracadutisti è un riconoscimento al suo sacrificio. Il 3 gennaio scorso si è spento lasciando la moglie e tre figli.
Coloro che criticano Israele con accuse tanto infamanti quanto false sul trattamento dei Palestinesi, dovrebbero pensare a Elor e Haig, due individui che, per garantire la sicurezza di Israele, si sono trovati in un periodo della loro vita a correre pericoli che nessuno vorrebbe correre e ad pagare un prezzo che, per Ben Ari, è stato quello più alto che un uomo possa pagare. Chi critica Israele con accuse tanto infamanti quanto false, dovrebbe pensare a questi uomini, emblematici di un Paese che, vivendo perennemente nel rischio, è spesso costretto a scelte dolorose e difficili. Il timore di un attentato ben più grave di una coltellata, ha spinto il giovane soldato Azaria a sparare e lo ha fatto condannare in nome di quelle leggi sulle quali si regge la democrazia israeliana, per quei valori che fanno di Israele l’unica vera democrazia del Medio Oriente e per i quali il maggiore Ben Ari ha dato la vita. Per questo non si può non amare Israele.

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