Sfogliando/ 2
“Satana a Goraj”
Un testo “ebraico per ebrei”

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di Giorgio Linda –

Non sono un critico letterario professionista, non sono imbeccato da alcun Editore né coinvolto in alcun Premio Letterario, sono semplicemente un lettore e da semplice lettore condividerò con voi le mie impressioni , positive o negative, su alcuni libri letti. E’ la volta di “Satana a Goraj” di Isaac Bashevis Singer  (Adelphi).

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Giorgio Linda  .

Ho letto tutto ciò (buono e meno buono) che è stato pubblicato in Italia di Isaac Bashevis Singer e questo che viene proposto ora da Adelphi è in realtà il suo primo romanzo Il futuro Premio Nobel pubblicò questo testo a puntate su “Globus”, la rivista letteraria yiddish di Varsavia nel 1935 , nel 1955 apparve la versione in inglese e solo ora quella in italiano. Questo ritardo è comprensibile, giustificabile ed anche opportuno, come dirò.

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La vicenda :  siamo nel 1666 e persino nella piccola città di Goraj “nascosta fra le colline in capo al mondo” giunge l’eco della straordinaria vicenda di tal Shabbatay Tzevi autoproclamatosi Messia. La sua predicazione e i suoi iniziali, travolgenti successi danno alfine  un senso e un valore alle tribolazioni e agli orrori patiti nell’ultimo decennio dalla popolazione ebraica: erano le doglie – ora è chiaro- che annunciano l’arrivo del Messia.

Shabbatay Tzevi

Tale è l’attesa di questo momento che gli ebrei di Goraj vengono travolti da una psicosi collettiva simile a quella dei primi cristiani che , infervorati dalla predicazione paolina, vendevano ogni avere e si spogliavano di ogni possesso in vista dell’imminente “fine dei tempi” . Ma per accelerare la fine dell’esilio e la liberazione-così predicavano gli emissari di Shabbatay Tzevi- bisognava immergersi prima nell’oscurità del peccato ; ed ecco che in breve la psicosi induce i timorati abitanti di Goraj ad abbandonarsi alla licenza e addirittura  all’idolatria.

Isaac Bashevis Singer

Isaac Bashevis Singer

Emblematica e paradigmatica la figura di Rachele, proclamata profetessa, la quale dapprima compie adulterio con il capo dei shabbatiani e poi viene addirittura posseduta da un dybbuk e ingravidata dal Satan.  “il Profano si celava chissà dove, in un punto remoto delle tenebre, profondo come una grotta. A volte parlava pianissimo, quasi senza voce (…) In certi momenti tutto ciò che Rachele vedeva era una bocca spalancata, storta come quella di una rana.” ( Si noti la vertiginosa allusione al silenzio dopo un temporale con cui Adonai “chiama” il profeta Elia).

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Ma sopravvengono prima la carestia e poi, terribili, le notizie della abiura e conversione all’Islam di Shabbatay. In pagine di già alta letteratura, gli ebrei di Goraj prendono coscienza  della allucinazione collettiva  e rientrano nella angosciosa routine quotidiana. Solo Rachel rimane prigioniera del suo delirio e il romanzo si conclude con una sulfurea imitazione della Hagadà di Pesach.

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Scrivevo di ritenere comprensibile e opportuna la ampiamente differita pubblicazione italiana. “Satana a Goraj” è infatti ancora sensibilmente un testo “ebraico per ebrei” e se in molti punti già si scorge la zampata del futuro Nobel , altrove solo il lettore ebreo può cogliere l’irriverente allusione ad un testo liturgico, oppure comprendere e  condividere, sia pure con riserva, qualche tratto caratteriale dei personaggi. Ora, dopo decenni di frequentazione del mondo culturale e della prosa di Isaac Bashevis Singer , talune contorsioni dell’ animus hebraicus sono ormai familiari al lettore “singeriano” , ma probabilmente sarebbero apparse troppo ostiche allora.

 

 

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