Shalom, vecchio Giro

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di Andrea Monti –

«Alla mattina mi sveglio e vedo alberi, come in Svizzera e in Scandinavia: li abbiamo piantati noi, uno per uno». David Ben Gurion riposa in eterno accanto alla moglie Paula su uno sperone affacciato all’oasi di Ein Avdat, un profondo avvallamento nell’immane scenario del Negev.

Andrea Monti

Andrea Monti

Siamo all’estremo limite del kibbutz di Sde Boker dove il padre di Israele – l’uomo che il 14 maggio 1948 diede al suo popolo la nuova terra promessa – aveva scelto di trascorrere gli ultimi anni contemplando il sogno realizzato: un deserto che fiorisce e si colora di verde grazie al lavoro dell’uomo.

Proprio lì, a Midreshet Ben Gurion, hanno scelto di vivere anche Shirly Rimon, maggiore dell’aereonautica militare, responsabile del museo di Be’er Sheva, con i suoi figli. Li incontriamo sul ciglio della strada per Eilat e ci consegnano una memorabile cartolina di questo storica tre giorni del Giro.

L’amore per il Giro a Midreshet Ben Gurion

Il Giro a Midreshet Ben Gurion

Qui non ci sono le grandi folle che ci hanno accompagnato sinora. Quattro anime solitarie nella pietraia. Sotto l’occhio vigile della madre e della figlia Rony, avvolta in una bandiera israeliana, Edo e Smir scalpitano sui sandali in attesa dei corridori: sul petto, con un pennello rosa, hanno tatuato «I love Giro».

E «love» è un cuore all’altezza del cuore. «Siete venuti qui a vedere chi siamo, a portarci uno spettacolo e una gioia che non scorderemo mai. Grazie Italia!», scandisce Shirly. Nel suo sorriso, l’alfa e l’omega di questo viaggio rosa.

Tom Dumoulin e le mura di Gerusalemme

Tom Dumoulin, Gerusalemme

Partenza e arrivo dalla porta di Giaffa, via d’ingresso alla città vecchia, il fazzoletto di terra che racchiude i luoghi santi delle tre grandi religioni. E, insieme, quasi tutte le passioni e le contraddizioni del mondo in cui viviamo. A quelli che hanno chiesto che cosa ci andavamo a fare, a quelli che hanno cercato e cercheranno di buttarla in politica, risponde la parola più gettonata tra gli spettatori che invadono le strade: «Shalom». Che in ebraico è un saluto, ma vuol pur sempre dire «pace».

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Lo sport ha saputo pedalare con levità su strade intrise di storia e di dolori in nome di un valore che va oltre le barriere. Alla presentazione delle squadre, nella piazza del municipio intasata di gente entusiasta, l’applauso più intenso è andato, insieme con la Israel Cycling Academy, a due formazioni sponsorizzate dagli arabi: Bahrain-Merida e Uae-Team Emirates. Che cosa cambia un battito di mani nel mare dell’odio? Molto per chi lo vuole sentire.

Lo Zoncolan d’Israele è una collina aspra e coperta di abeti, un angolo di Dolomiti incastonato tra Haifa e Tel Aviv. Sul Monte Carmel, luogo mistico di immenso fascino, abitava il profeta Elia, è nato l’ordine dei Carmelitani e i primi coloni d’Israele hanno imparato a vinificare sulle terre acquistate dai Rothschild. Il Giro d’Italia c’è passato facendosi largo tra due ali di folla.

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Mancavano gli alpini e il tasso alcolico ne ha risentito, ma il tifo ha riportato i più esperti girini al Veneto e al Friuli. Per la cronaca, ha vinto Viviani che di nome fa Elia. Come il profeta.

A proposito di Viviani: una delle fortune riservate al direttore della Gazzetta è quella, ogni tanto, di vedere le cose dal palco. E qui l’immagine è doppiamente indimenticabile.

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Elia che sale sul palco tenendo per mano il piccolo Giacomo, uno dei due gemelli di Michele Scarponi, un po’ intimorito dall’ovazione e dalla commozione generale. Davanti a lui, una folla compatta e urlante occupa uno spiazzo lungo almeno 400 metri e largo 100.

Non abbiamo perso tempo a contarli. Erano tanti, tantissimi. Legati da un magico filo rosa. Domani, dalla Sicilia, è un altro giorno. E altre immagini troveranno posto nella storia del ciclismo. Ma questa parte dell’album è preziosa come la scena di un matrimonio ben riuscito. Shalom, vecchio Giro. E altri cento di questi azzardi.

 (Gazzetta dello Sport)

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