Shavuòt, Rut, 5708  

di Dror Eydar –
La festa di Shavuòt è alle porte. Festa del Dono della Torah. Festa della mietitura. Festa delle primizie. Cenni d’una estate europea ci sorridono sulla soglia, dopo un rigido inverno. La pandemia è ancora chiaramente presente nelle nostre vite, anche se qua e là proviamo a rimuoverla e a comportarci come se fossimo tornati alla normalità. Ma non è così. Lo scorso Shabbat sono andato al tempio. Per la prima volta, dopo dieci settimane. Al Tempio maggiore, per l’accoglienza dello Shabbat, c’erano poche persone a pregare, ingoiate dal vasto spazio decorato di bellezza italiana. Indossavano tutti le mascherine, augurandosi Shabbat shalom da lontano, con un cenno del capo. Erogatori di soluzioni disinfettanti per le mani all’ingresso, come una sorta di nuova mitzvà imposta a chi arriva.

Dror Eydar

L’indomani sono andato al tempio del mio quartiere. Come sopra. Sulla bimà, la tribuna dove il cantore dirige la preghiera e legge la Toràh, hanno creato una partizione trasparente, per separare l’officiante dagli altri che salgono alla lettura. Sono salito anch’io alla Torah e ho letto la mia parte attraverso la mascherina. Non è semplice parlare senza interruzione, con la bocca alquanto bloccata. Lunga liturgia. Di tanto in tanto uscivo a prendere una boccata d’aria.

In Ambasciata, da un paio di settimane stiamo lavorando a “capsule”, ovvero in turni di due gruppi senza contatti tra di loro, che si alternano in giorni diversi, in modo tale che, se qualcuno di noi risultasse portatore del virus, non sarebbe necessario chiudere l’ambasciata. In termini di intensità di lavoro, non fa alcuna differenza. La residenza dell’Ambasciatore e anche quelle dei singoli diplomatici fungono da uffici a tutti gli effetti.

In questa seconda fase le persone possono incontrarsi, con le dovute cautele e restrizioni (distanza, copertura, ecc.). Così anche io sono tornato a incontrare un po’ di gente: diplomatici, politici, caporedattori. Ci scambiamo opinioni, apprendiamo e discutiamo anche non poco.
Il tema principale oggi continua ad essere il Coronavirus e le sue implicazioni, strategia di uscita, problemi di bilancio, incoraggiamento della crescita, restrizioni e permessi, e cose del genere.

Se l’epidemia continua a calare, il 3 giugno torneranno a essere consentiti gli spostamenti fra le diverse regioni d’Italia. Saranno probabilmente riaperte anche le frontiere in tutta Europa, e sarà possibile spostarsi senza l’obbligo di isolamento di 14 giorni. L’economia ha bisogno di una spinta, turismo incluso. Poi, entro il 15 giugno, verrà valutata anche l’apertura delle frontiere con altri paesi al di fuori dell’Europa. In ogni caso, è importante ricordare: fino a quando non sarà disponibile un vaccino per tutti, sarà difficile tornare alla completa normalità.

Un numero ristretto familiari dei diplomatici, che erano tornati in Israele nel periodo di punta della crisi (mentre i diplomatici sono rimasti a Roma), sono ormai rientrati in Italia, e la comunità israeliana sta lentamente procedendo verso un ritorno al pieno lavoro. Speriamo.

Le comunità ebraiche italiane si accingono a festeggiare Shavuòt, e hanno bisogno di sostegno finanziario per il prossimo anno. Cercheremo di aiutare. Per inciso, a partire da questo prossimo Shabbat, ritorna il divario tra la Terra d’Israele e le comunità all’estero, per quanto riguarda la lettura della Toràh e le pericopi settimanali. Determinate festività ebraiche sono celebrate in due giorni anziché in uno, e il secondo di questi viene chiamato in ebraico “Yom tov shenì la-galuyòt”, cioè “Secondo giorno di festa della Diaspora”.

Ciò ha chiaramente delle spiegazioni storiche e halachiche. Così, per esempio, nelle comunità della diaspora si svolge due volte Seder di Pesach.

Anche Shavuòt è celebrata in due giorni, il che significa che nello Shabbat contiguo alla festa, mentre in Israele si celebra un normale Shabbat e si legge la Parashà di “Nassò”, la seconda nel Libro dei Numeri, in Italia e nelle altre comunità nel resto del mondo, si legge una Parashà speciale per la festa di Shavuòt, mentre la pericope di “Nassò” verrà letta soltanto lo Shabbat successivo (quando in Israele saranno già passati alla terza pericope). Così fino a Tisha Be’Av, quando le due pericopi convergono e si ricongiungono.

Perché ciò non avviene immediatamente, il sabato successivo alla prima differenziazione, in modo da essere coordinati con Israele? È una bella domanda, le cui risposte non mi lasciano soddisfatto e preferisco, inoltre, non dilungarmi sull’argomento e tediarvi ulteriormente. Basta che teniate presente questo divario nei prossimi due mesi.

La festa del Dono della Torah. Non soltanto una rievocazione storica, ma un momento in cui noi riceviamo nuovamente la Torah. La Bibbia è la summa della letteratura ebraica di tutti i tempi: Pentateuco, Profeti, Agiografi, Apocrifi (“Libri esterni” o extra-canonici), Midrash, Mishnah, Talmud, Filosofia, Poesia, Cabala, Letteratura morale, Chassidismo, Responsa, Esegeti medievali e delle generazioni recenti, Letteratura della rinascita e altro ancora, fino ai nostri giorni, in cui si continuano a pubblicare opere, ricerche e novità senza fine.

È quel che ho definito un possente “grattacielo testuale” come mai nessuna altra nazione ha mai saputo dare in eredità ai suoi discendenti. E abbiamo il privilegio di poterci muovere a nostro piacimento tra i suoi vari piani, godendo della profusione di saggezza ivi custodita.

Nel corso di questa festa leggeremo dalla Bibbia i “Dieci Comandamenti” e anche il Rotolo di Rut. Un libro che riguarda dall’inizio alla fine la “pietas”, e su questa pietas nasce il Regno di Israele. Rut e Boaz sono i due protagonisti da cui alla fine discende il re Davide. C’è un parallelismo tra la storia del Rotolo di Rut e la storia di Giuda e Tamar (Genesi 1) e la storia di Lot e delle sue figlie (Genesi 19). In tutte e tre le vicende si tratta del desiderio di “far rivivere il nome del defunto nella sua eredità” (Ruth 4,5).

Il Libro di Ruth parla dell’esilio di una famiglia dalla Terra d’Israele, del disastro e dell’assimilazione, della sua quasi completa cancellazione, e del ritorno dei reduci della famiglia nella loro Terra, fino alla redenzione della sua eredità e alla fondazione del regno di Israele.

Si può vedere in tutto questo anche la nostra storia nazionale: esilio, catastrofi e sopravvivenza, ritorno a Sion, fino all’istituzione di un’entità statale indipendente. Ecco, la Toràh di Israele, di cui celebriamo il dono in questa festività, non è la Toràh di singoli individui, ma la Toràh di un popolo, Toràh degli individui e del Regno allo stesso tempo.

Dai miei anni di studio presso la Midrashiyat Noam a Pardes Hanna, ricordo un’idea meravigliosa che ascoltai da uno dei nostri maestri charedìm di Talmud. Da allora la porto con me (con alcuni miei perfezionamenti). Noomi vuole trovare un redentore che riscatti la nuora Ruth, e tramite lei riscattare anche sé stessa. Il redentore riscatterà anche la sua eredità, risollevando dalla polvere la sua speranza. A tal fine, Rut viene inviata all’aia di Boaz, per chiedergli di “stendere su di lei il lembo del suo mantello”.

Verso mezzanotte Boaz si sveglia di soprassalto: “Verso mezzanotte quell’uomo ebbe un brivido di freddo, si girò e vide una donna sdraiata ai suoi piedi. Domandò: «Chi sei?». Rispose: «Sono Rut, tua serva. Stendi il lembo del tuo mantello sulla tua serva, perché tu hai il diritto di riscatto». Egli disse: «Sii benedetta dal Signore, figlia mia! Questo tuo secondo atto di bontà è ancora migliore del primo, perché non sei andata in cerca di uomini giovani, poveri o ricchi che fossero. Ora, figlia mia, non temere! Farò per te tutto quanto chiedi, perché tutti i miei concittadini sanno che sei una donna di valore. È vero: io ho il diritto di riscatto, ma c’è un altro che è parente più stretto di me. Passa qui la notte e domani mattina, se lui vorrà assolvere il diritto di riscatto, va bene, lo faccia; ma se non vorrà riscattarti, io ti riscatterò, per la vita del Signore! Rimani coricata fino a domattina»”. (Rut 3,8-13)

Tutto chiaro, fino a quelle ultime parole di Boaz “Rimani coricata fino al mattino”, apparentemente superflue, dato che poco prima aveva già detto “Passa qui la notte”.

Come per qualsiasi testo, in particolare testo biblico, esistono diversi piani interpretativi: al di sopra della vicenda personale, esiste nel testo lo strato allegorico “nazionale”. Ricordiamo costantemente chi sono i personaggi: Rut e Boaz, antenati di Davide. La storia della redenzione e del riscatto della coppia è anche la storia della redenzione e del riscatto nazionale del nostro popolo. “Trascorri la notte, fino al giungere del mattino” dice Boaz. La notte è il tempo dell’esilio, e in questo tempo il popolo d’Israele cerca la propria redenzione e il proprio riscatto, chiedendosi “da dove gli verrà l’aiuto”.

E la notte dell’esilio ha una fine, anche se è molto lunga; al suo termine sorgerà l’alba della redenzione, e giungerà il mattino. “Si leverà l’esultanza, ohi, ché la notte declina / e come gioia sulla rovina è sorta l’alba”, così Alterman nella sua profetica poesia “La gioia dei poveri” composta in piena seconda guerra mondiale. Come le parole di Boaz “Rimani coricata fino al mattino”.

Queste erano le mie riflessioni aggiuntive, ecco invece l’insegnamento appreso alla Midrashiyà di cui parlavo. Se consideriamo il valore numerico delle lettere (secondo l’alfabeto ebraico, naturalmente) presenti nel testo “Rimani coricata fino al mattino”, sempre ovviamente sulla base del testo ebraico, quindi “שִׁכְבִי עַד הַבֹּקֶר”, otterremo un numero molto particolare:

Le lettere che compongono la prima parola (Shikhvì) sono Shin = 300, Kaf = 20, Bet = 2, e Yod = 10; Le lettere che compongono la seconda parola (‘ad) sono ‘Ayn = 70 e Dalet = 4; e quelle che compongono l’ultima parola (habòqer) sono He = 5, Bet = 2, Qof = 100, e Resh = 200.

Mettendo per un attimo da parte la lettera He (ה) e il suo valore numerico 5, la somma degli altri numeri è 708.
Se a questo numero anteponiamo il 5 della lettera He messa prima da parte, come con la He dell’articolo determinativo ebraico anteposto nella parola “Habòqer” (il mattino) presente nel testo biblico in questione, il risultato è 5708.

E 5708 è esattamente l’anno ebraico della nascita dello Stato d’Israele (1948 secondo il calendario gregoriano). Attendi fino “al mattino” dice dunque Boaz a Rut, quasi a dire, tramite lei, a tutto il popolo d’Israele: attendete fino all’anno “5708”. Al termine della lunga notte, ci attende il mattino della redenzione e del riscatto, un mattino che corrisponde a una data ben precisa.

Non sto cercando di dimostrare nulla, ma soltanto di trasmettere la meraviglia per questa idea e di gioire per questa festività, che suggella il 50° giorno da Pesach, giorno, quest’ultimo, della nostra nascita nazionale e della nostra liberazione dalla schiavitù, fino a Shavuòt, giorno della nostra liberazione spirituale. In mezzo, tra i mesi di Sivan e di Nisan, abbiamo avuto il mese di Iyar, con tutte le sue ricorrenze nazionali: il Giorno dell’Indipendenza, il Giorno della liberazione di Gerusalemme, il Lag Ba’omer… e anche la Conferenza di Sanremo, con la quale le nazioni del mondo riconobbero, per la prima volta dalla distruzione del secondo Tempio, il nostro diritto sulla nostra antica terra.

Quanto a me, nel mio animo, sono in attesa. Sento che c’è qualcosa in embrione dentro me, che non so ancora definire. Un’idea. Un’opera. Vedremo. Ho imparato a cingermi di pazienza.

Parlo a distanza con i miei figli e mi mancano. Il maggiore mi telefona per chiedere consigli su vari argomenti, e la cosa mi commuove. Con la maggiore tengo delle conversazioni serie. È più matura rispetto alla sua età. Una intelligente piccola donna. Ivriya, la terza, è tornata a scuola e non mi pare che la cosa la entusiasmi. Daria mi ha raccontato invece che dovrebbero studiare le “Leggi sulla maldicenza”; questo titolo – Maldicenza – (che nell’ebraico “rekhilùt” suona anche come “pettegolezzo”) mi ha fatto proprio ridere. Abbiamo parlato delle differenze tra maldicenza e diffamazione. Iniziamo a leggere libri e poi non continuiamo, fino a quando qualcosa viene colta. “… Con mia figlia ridente / tra tutte le cose rinate” … (Alterman, chi altri?).

 

 

 

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