Siria, la tregua regge
Ma Hezbollah e Iran
sono sempre sul piede di guerra

Giovani sostenitori di Hezbollah trasportano i ritratti di Ruhollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica dell'Iran e Ali Khamenei, attuale Guida suprema dell'Iran, nella città libanese di Kfar Hatta (MAHMOUD ZAYYAT/AFP/Getty Images)

di Giordano Stabile –

 Verso il basso si vede la cittadina di Joub Jannine, e la valle della Bekaa che scende, verso Nord, «un forno arroventato» d’estate, almeno dieci gradi in più rispetto a Beirut. Dall’altra parte sono le pendici del Jabal Haramun, la vetta più famosa della catena dell’Antilibano. D’inverno, tutto bianco di neve, è certo un’altra cosa. Ma il monte Haramun, o Hermon, mantiene la sua aria di inaccessibilità, invalicabile, all’incrocio fra Libano, Siria e Israele.

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Giordano Stabile

Oltre la vetta, si scende giù verso il Golan, Quneitra, Daraa e poi l’altipiano dei Drusi, la Suria Janubiya. Una terra di battaglie, soprattutto negli ultimi sei anni.

Un pezzo del destino della guerra civile siriana si gioca lì, e non per niente è stata al centro dei colloqui fra Donald Trump e Vladimir Putin.

_88401228_syria_control_map_624_v7«Forse un giorno andare di là sarà solo una passeggiata in montagna». Andare in Siria, intende il comandante Abu Hassan. Hezbollah ha perso tanti uomini sulle cime e nelle valli dell’Antilibano. Probabilmente la maggior parte dei 1500 caduti nel conflitto siriano.

La vera «passeggiata» che sognano, lui e gli altri ufficiali delle forze sciite che hanno partecipato alla difesa del regime di Bashar al-Assad, è quella da Beirut a Baghdad.

Una partita complessa, che si gioca in Libano, Siria, Iraq e che forse avrà la sua svolta qui, da un lato e dall’altro delle montagne. Di là, ieri mattina, è scattata la tregua concordata da Trump e Putin. Il primo pezzetto che deve portare ai futuri assetti della Siria del dopo-Isis. I portavoce dei gruppi ribelli hanno fatto sapere che il cessate il fuoco regge: niente scontri né raid aerei.

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«Ci fermano sempre quando stiamo per vincere». Hezbollah non è molto convinto delle mosse dei russi. «Con loro non parliamo direttamente, media il governo siriano». Il pressing dei russi è stato però fortissimo. Gli americani volevano come garanzia che l’esercito siriano, e soprattutto le milizie sciite alleate, non prendessero Quneitra, la porta del Golan, e tutta l’area di Daraa, al confine con la Giordania e vicinissima allo Stato ebraico.

Le operazioni militari non si sono però fermate del tutto, ci tiene a sottolineare il comandante Abu Hassan. Al-Nusra, o come si chiama ora, e l’Isis, sono esclusi dalla tregua e conservano piccole sacche in zona. Ieri mattina l’esercito «ha ripreso Mukhtar Villa, alla periferia di Samadaniyah al-Sharqiyah». Un altro passettino verso Quneitra.

Lebanese Hezbollah supporters carry a replica of Hezbollah emblem during a religious procession to mark Ashura in Beirut's southern suburbs, Lebanon October 12, 2016. REUTERS/Aziz Taher - RTSRWQ6

Se i russi proprio lo vogliono, Hezbollah se ne starà fuori da Quneitra, ma ha posto le sue condizioni, comunicate attraverso Damasco: «Che gli israeliani ci ridiano le Fattorie di Shebaa», l’ultimo pezzetto di Libano dal quale Israele non si è ritirato, grande come un paio di campi da calcio. Una richiesta irricevibile, si sa, ma fa parte dei giochi.

I militanti del Partito di Dio si sono spinti dall’altra parte del confine «non per salvare Assad ma il Libano». Ora che le montagne sono state ripulite dai gruppi ribelli sunniti, a parte l’entroterra di Arsal, molto più a Nord, Hezbollah vuole sfruttare le posizioni in Siria per «mettere pressione su Israele senza coinvolgere il Libano».
Questa è la tattica, la strategia è molto più ampia. Il «corridoio sciita» può anche fare a meno dell’estremo Sud della Siria, di Quneitra e Daraa, ma non può rinunciare all’Est, il Badiya, il Deserto, come viene chiamato qui. «Gli americani ci hanno provato, dal posto di frontiera di Al-Tanf, a prendersi tutta la provincia di Deir ez-Zour e il confine con l’Iraq, ma sono stati fermati dall’Iran».

comandante Qassem Suleimani

Qassem Suleimani

Come? «Semplice. Il comandante Qassem Suleimani ha chiamato il premier iracheno Al-Abadi. Sei in buoni rapporti con gli americani, gli ha detto, allora avvertili, che se provano a fermarci al confine fra Siria e Iraq, l’Iraq diventerà peggio del Vietnam».

Qassem Suleimani è il comandante della Brigata Al-Quds dei Pasdaran iraniani. Ma è soprattutto l’uomo che ha creato e addestrato le milizie sciite decisive nelle guerre siriana e irachena. Decine di migliaia di uomini, centinaia di migliaia a sentir loro, che possono davvero trasformare Baghdad in un inferno. «L’aviazione americana avrebbe potuto incenerire le nostre colonne che avanzavano allo scoperto nel deserto, ma non l’ha fatto, e noi abbiamo raggiunto comunque il confine». La minaccia di Suleimani ha funzionato, il «corridoio sciita» ha fatto solo una piccola deviazione, ma resta aperto, anche se molto precario.

Deir ez-Zour

Deir ez-Zour

Ora la partita si sposta nella provincia di Deir ez-Zour. Gli americani hanno tracciato un’altra linea nella sabbia, come un secolo fa Mark Sykes e François Georges-Picot. Una linea obliqua che parte dal confine con la Turchia, include Raqqa, Deir ez-Zour e gran parte della provincia. Washington vuole che il controllo dei territori del Califfato morente a Est di quella linea passi agli alleati curdi. Per tenere fuori Assad e gli sciiti. Prima che la linea diventi d’inchiostro, tracciata sulla carta, Washington però «dovrà fare i conti con l’Iran, e il comandante Suleimani».

 (Stampa)

 

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