Sotto il velo niente

Silvia Aisha Romano

 di Gian Micalessin –

Sotto il velo il nulla. È la desolante verità nascosta tra le righe della prima intervista concessa da Aisha alias Silvia Romano. Un’intervista che la volontaria milanese, liberata dopo 18 mesi di prigionia e il pagamento di un riscatto milionario agli Shabaab somali concede a La Luce il giornale online diretto da Davide Piccardo e voce dei Fratelli Musulmani in Italia.

Gian Micalessin

Già la scelta della testata lascia interdetti. Invece di rivolgersi agli italiani finanziatori – loro malgrado – di un riscatto servito non solo a liberarla, ma anche a finanziare un gruppo terrorista, la convertita preferisce rivolgersi a una minoranza a lei congeniale.

Un modo facile e comodo per evitare le domande che tanti, pur senza condannarla, si sono posti quando l’han vista tornare in Italia avvolta in vesti islamiste. Ma ad Aisha dell’Italia non interessa molto. Dalle sue parole emerge infatti non lo spirito compassionevole rivendicato nell’intervista, ma un credo banalmente egoista e edonista dove l’adesione all’islamismo è il semplice sostituto del precedente ateismo.

Davide Piccardo

«Prima di essere rapita – confessa Aisha/Silvia – ero completamente indifferente a Dio. Quando leggevo o ascoltavo le notizie sulle innumerevoli tragedie che colpiscono il mondo, dicevo a mia madre: vedi, se Dio esistesse non potrebbe esistere tutto questo male, quindi Dio non esiste. Vivevo inseguendo i miei desideri, i miei sogni e i miei piaceri».

La volontaria pronta a volare in Africa per aiutare il prossimo insomma pensa a Dio soltanto come causa dei propri mali o delle proprie insoddisfazioni. E neppure la conversione è figlia di grandi intuizioni spirituali. Come lei stessa ammette il primo afflato religioso si concretizza mentre i rapitori la portano via e nel buio della prigione. «Stavo facendo del bene, perché è successo questo a me? Qual è la mia colpa? È un caso o qualcuno lo ha deciso? Ho iniziato a pensare: forse Dio mi ha punito. Forse Dio mi stava punendo per i miei peccati, perché non credevo in lui».

Invece di fare mea culpa per essersi affidata ad un’organizzazione di cialtroni umanitari Aisha/Silvia preferisce prendersela con un Dio vendicativo e astioso pronto a vendicarsi con lei per averlo ignorato.

Un Dio già molto simile a quello del peggior oscurantismo islamista. E un pensiero autoreferenziale che qualche ora di catechismo scolastico sarebbe bastato a rendere più elevato.

E anche il passaggio finale, ovvero l’adesione alla fede islamica, è finalizzata soltanto alla ricerca della personale salvezza. «Dopo aver letto – spiega Aisha/Silvia – il Corano non ci trovai contraddizioni e fin da subito sentii che era un libro che guidava al bene.

A un certo punto ho iniziato a pensare che Dio, attraverso questa esperienza, mi stesse mostrando una guida di vita. Più il tempo passava e più sentivo nel cuore che solo Lui poteva aiutarmi e mi stava mostrando come». Insomma il Dio che la salva o la punisce è sempre un Dio a dimensione di Silvia/Aisha. Come lo è quello delle donne nascoste sotto veli e chador. Donne che lei considerava oppresse prima della conversione, ma giudica ora libere perché «la libertà è non venire mercificata, non venire considerata un oggetto sessuale».

Il tutto ovviamente dimenticando gli orrori delle spose bambine, dell’infibulazione e degli omicidi d’onore e tutte le altre bassezze simbolo della condizione femminile nei Paesi musulmani governati da quella sharia tanto cara alla Fratellanza Musulmana e ai lettori de La Luce.

Condizioni che Aisha/Silvia da quando guarda il mondo da dietro il velo non riesce più a vedere. Insomma un pensiero banale e modesto che se non fosse per il clamore della sua liberazione e per i soldi spesi non varrebbe neppure la pena di discutere. Spiace solo che su un pensiero così debole qualcuno a sinistra e dintorni cerchi di disegnare la personalità di una moderna eroina.

 (Giornale)

 

Condividi