“Tra israeliani e palestinesi
la pace non è mai stata vicina”

Fiamma Nirenstein

di Osvaldo Migotto –

Secondo un recente sondaggio dell’Israel Democracy Institute, solo il 50% della popolazione israeliana sostiene l’applicazione della sovranità israeliana su parti della Cisgiordania (Giudea e Samaria) dal prossimo 1. luglio, nell’ambito del piano di pace elaborato dall’amministrazione Trump. .Quali le possibilità di successo di questo piano? Abbiamo sentito il parere di Fiamma Nirenstein, giornalista e scrittrice italo-israeliana.

Il piano di pace dell’amministrazione Trump è criticato in quanto sottrae terre ai palestinesi. Lei cosa ne pensa? «Innanzitutto bisogna dire che il piano Trump non consiste in un’estensione di Israele in territori ora sotto controllo palestinese. Esso è il frutto di una riflessione molto articolata sia sul passato, che sul presente e il futuro. Sul passato è stato preso atto che tutte le proposte fatte ai palestinesi e che comprendevano un grande ampliamento territoriale, compresa Gerusalemme, sono sempre state respinte dai palestinesi».

Yitzhak Rabin, Bill Clinton e Yasser Arafat.

Ora cosa non piace in particolare di questo piano imposto da Washington? «Bisogna ricordare che gli accordi di Oslo (sottoscritti nel 1993 dal Governo israeliano e dall’OLP ndr) prevedevano una divisioni in tre parti della Cisgiordania: zona A, B e C. La zona A è interamente controllata dai palestinesi e comprende città come Ramallah. Già dal 1993 il 98% della popolazione palestinese è governata dalle autorità palestinesi. La zona B è invece governata insieme da palestinesi e israeliani, mentre la zona C, sempre in base a quell’accordo firmato allora da Rabin e Arafat, è tutta sotto controllo israeliano. Il piano Trump prevede che sia lasciata nelle mani di Israele solo il 50% della zona C. Per cui non si tratta di prendere le terre di qualcuno. Bisogna capire che nel 50% della zona C abitano 400 mila ebrei, e chi li muove più ora? E siccome queste cittadine israeliane sono inamovibili dalla zona C, il ministro degli Esteri dell’UE Josep Borrell parla di occupazione di territori palestinesi».

Donald Trump

In realtà cosa cambierebbe per la zona C con il piano Trump? «Si tratterebbe solo di fare un cambio di amministrazione nella zona C. Le faccio un esempio: per mandare un bambino israeliano a scuola, invece di andare a iscriverlo presso l’amministrazione militare della zona si andrà finalmente presso l’amministrazione civile. Tuttavia i coloni israeliani sono contrari al piano Trump in quanto esso attribuisce il 70% di tutta la Cisgiordania ai palestinesi e finanzia la creazione di uno Stato palestinese. I coloni che nella zona C resteranno circondati da palestinesi si sentono minacciati».

Un problema irrisolvibile? «Qui in Israele migliaia di persone sono state sgozzate, fatte saltare in aria o prese di mira dai razzi dei palestinesi. Quando Sharon aveva fatto sgomberare 10 mila coloni da Gaza cosa è successo? Invece di creare scuole per i loro figli i palestinesi hanno distrutto tutte le strutture che c’erano e hanno usato il loro territorio per puntare razzi contro Israele. Per questo molti israeliani sono contrari alla creazione di uno Stato palestinese. I palestinesi del resto non riconoscono il diritto del popolo ebraico a vivere in Israele e vorrebbero cacciarlo dalla regione».

Abu Mazen

Sono però numerose le condizioni che il piano Trump impone ai palestinesi per la creazione di un loro Stato. «Sì il piano Trump vuole che lo Stato palestinese risponda a dei criteri di civiltà e democrazia, che le autorità locali smettano di perseguitare i dissidenti e gli omosessuali. Viene chiesto che Abu Mazen, alla guida della Cisgiordania da 14 anni illegalmente, ceda il posto a un potere democratico. Il piano USA avrà anche dei difetti, però gli americani hanno invitato Netanyahu a incontrarsi con i palestinesi per vedere se ci sono delle modifiche da fare. Ma i palestinesi hanno rifiutato e preferiscono alimentare una campagna di delegittimazione nei confronti di Israele e degli USA».

Netanahu e la CIsgiordania

La Giordania ha criticato con decisione il piano di pace. «Le critiche delle Giordania nascono da due motivi specifici. Il primo è che deve dire che non è contenta, visto che il 75% dei suoi cittadini sono palestinesi, per cui il re deve dire cose gradite ai suoi sudditi. In secondo luogo vi è in gioco la valle del Giordano (che dovrebbe restare sotto Israele ndr), una zona agricola che copre il confine con la Giordania. Israele, che nella sua storia ha subito diverse aggressioni da parte di Paesi arabi, ha sempre detto che senza la valle del Giordano sarebbe uno Stato in continua situazione di pericolo. Per cui la valle del Giordano è come il Golan (una volta territorio siriano ndr), che ormai è israeliano».

La Giordania contesta anche l’uso eccessivo delle acque del Giordano da parte di Israele. «Io penso che Israele utilizzi l’acqua che deve utilizzare, è in ottimi rapporti con il Medio Oriente per quanto riguarda i temi della distribuzione dell’acqua e della desalinizzazione. Non credo che Israele rubi niente a nessuno, con le sue scoperte tecnologiche anche nel campo dell’acqua, dell’irrigazione e dell’agricoltura porta a tutti dei grandi vantaggi».

Yitzhak-Rabin

Lei che ha una visione storica dei rapporti tra mondo arabo e Stato ebraico, quale è stato il momento in cui la pace tra palestinesi e israeliani è stata più vicina? «Non c’è mai stato un momento in cui la pace è stata vicina. Anche ai tempi di Rabin quando si stava negoziando la pace, io vivevo a Tel Aviv e ricordo che i palestinesi cominciarono a far saltare gli autobus. Ogni volta che sembrava che ci fosse una possibilità di giungere alla pace, l’elemento ideologico diventava determinante e così cominciavano a saltare per aria gli autobus israeliani, veniva uccisa gente per strada, scoppiavano la prima e la seconda intifada. È sempre stata così. Basta andare a visitare il sito Palestinian Media Watch (palwatch.org) per vedere che ai giovani insegnano solo ad ammazzare gli ebrei».

  (Corriere del Ticino)

 

Condividi