Trevi, 1947
Memoria di un salvataggio

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Il 29 ottobre 2015 nella sala consiliare del comune di Trevi, difronte alle autorità locali, civili e militari, alla presenza dei discendenti della famiglia Montalcini, di una rappresentanza dell’Associazione Italia-Israele di Foligno, nonché di un folto pubblico, veniva consegnata la Medaglia di Giusti tra le Nazioni alla memoria di Agostino Falchetti e Clementina Martifagni. La consegna, nelle mani della diretta discendente dei premiati ed alla presenza dell’ultima rimasta dei direttamente beneficiati (appartenente alla famiglia Montalcini) fu effettuata, in rappresentanza del Governo israeliano, da parte del Ministro Consigliere dell’Ambasciata d’Israele a Roma, Rafael Erdreich, (accompagnato dalla Primo Assistente dell’Ufficio Affari Pubblici e Politici, Sara Ghilad). Oggi la figlia dei signori Falchetti e Martifagni, Maddalena Falchetti e la signora Francesca Montalcini, sono le ultime persone rimaste che furono tra i testimoni e protagonisti di quei fatti di 74 anni fa, anche se, allora bambine, non conoscevano gli eventi che portarono a quella situazione.
Sarebbe interessante raccogliere le loro testimonianze, magari in un incontro pubblico. Qui di seguito un resoconto della vicenda, riportato da Elena Emiliani, nipote della signora Maddalena Falchetti.

(Edmondo Monti, presidente associazione Italia-Israele di Foligno)

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di Elena Emiliani

Le vite di Maddalena e Francesca si incrociarono in un giorno d’autunno del 1943, quando, rispettivamente all’età di 12 e 5 anni, la storia le rese prima amiche e poi consapevoli.

L’episodio del salvataggio si svolge in Umbria, a Manciano, una frazione montana di Trevi, luogo isolato e ricco di suggestione. La casa dei coniugi Agostino Falchetti e Clementina Martifagni si poteva raggiungere solo per una via poco più che mulattiera e qui vivevano insieme alla loro famiglia: i loro figli Settimio di 15 anni e Maddalena di 12, mia nonna; la vedova del fratello di Agostino, morto nella grande guerra, insieme ai suoi tre figli: Mario, Tommaso e Teresa. Vi erano anche altre figure vicine alla famiglia Falchetti-Martifagni la cui familiarità non era legata alla parentela ma alla solidità del legame umano che intercorreva in particolare con Agostino. Una di queste era Don Luigi Pillai – direttore del collegio dei Salesiani di Trevi, presso il quale Settimio era studente – le cui visite alla famiglia Falchetti erano intensificate da una passione per la caccia che condivideva con il suo amico Agostino, un uomo estremamente legato alla natura dei luoghi in cui viveva e che infatti rappresentavano la fonte principale della sua sussistenza e delle sue passioni tra le quali, insieme alla caccia, rientrava anche quella del cavare i tartufi.

Le leggi razziali in Italia

In un giorno d’autunno del 1943 don Pillai fece la sua consueta visita ai Falchetti, ma questa volta non era solo. Portava con sé una famiglia che ‘voleva allontanarsi dalla città per paura dei bombardamenti alleati’. Così fu detto e questa versione, riferita alla famiglia dal padre Agostino circa l’arrivo di questi nuovi ospiti, fu l’unica con cui la sua famiglia poté ricordare quell’episodio.

Nessuno sapeva chi fossero o cosa facessero, li chiamavano ‘l’ingegnere, la signora Vanda, Andrea e Francesca’: queste le uniche informazione che conoscevano. Solo dopo molti anni dalla fine della guerra, Clementina Martifagni, mia bisnonna, confidò a sua figlia Maddalena – mia nonna – quello che fino ad allora era stato custodito e doveva continuare ad esserlo come un segreto: avevano salvato una famiglia ebrea, la famiglia Montalcini.

nazi1Ormai il regime fascista era caduto e con esso anche le leggi razziali, ma la particolare integrità che contraddistingue mia nonna, e ha contraddistinto la sua famiglia, l’ha portata a non rivelare mai quanto le era stato chiesto rimanesse un segreto; neppure quando il tempo della storia le attribuì la maturità e la consapevolezza giuste per permetterle di fare luce sul pericolo che entrambe le famiglie corsero nel vivere insieme quel periodo della loro vita.
Fu nel 2012, dopo settant’anni, che la storia riemerse. La mattina del 5 Settembre quelle due bambine, Francesca e Maddalena, che la vita oggi ha reso donne, madri e nonne, si rividero e rivissero la loro storia attraverso quei ricordi e quelle emozioni che concedono all’uomo di scoprire il lato attraente e misterioso di ogni cosa attraverso la fantasia che, entrambe, poterono salvare da una guerra che aveva da offrire solo odio e atrocità di ogni genere.

Particolare commozione si riceve dal racconto di mia nonna quando parla di come una mattina, nell’autunno nel 1943, si svegliò vedendo una bellissima bambina dai capelli ricci e con la quale iniziò a vivere forse una delle più emozionanti amicizie della sua giovane vita, fino a quella mattina d’estate in cui, alzandosi, non la troverà più.
Il loro arrivo e la loro partenza avvennero infatti di notte e in gran segreto.

 

Mentre poco distante si consumava un conflitto che affondava le sue radici nel pregiudizio, in questo piccolo spazio di mondo due bambine condividevano una storia di amicizia senza ostacoli e senza bandiere. Una storia che Maddalena custodirà sempre con abituale rispetto.
Mia nonna lo ricorda come uno dei periodi più belli della sua infanzia, seppur consapevole che il rischio della vita, per l’intera famiglia, fu senz’altro motivo di profonda preoccupazione da parte dei suoi genitori e comprendendo oggi con quale determinazione e coraggio il padre Agostino avesse preso a cuore la causa di salvataggio di questa famiglia ebrea.

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In qualche modo questa vicenda ha reso anche me una ‘testimone’, di certo non dei fatti, ma di ciò che ha ispirato i miei bisnonni a compierli. Mi riferisco a quei valori che per la mia famiglia sono stati abitudini e atteggiamenti sani ed equilibrati intesi come qualcosa che non si potrebbe non avere e che, per questo, quasi sfuggono dall’essere una qualità, tanto normali sembrano. Questo ha permesso loro di non essere mai frastornati dai ‘predicatori di ogni ortodossia o dai pervertiti di ogni propaganda […]’ (N. Bobbio). Il conflitto non ha impedito ai miei bisnonni di manifestare la grande ricchezza che possedevano: il rispetto per la vita.
È alla memoria di questi valori che è stata conferita la medaglia dei Giusti tra le Nazioni da parte dell’Istituto dello Yad Vashem. Il riconoscimento attesta una delle più intense e impegnative virtù sociali di cui un uomo possa farsi simbolo e cioè quella della giustizia. Ed è a mio padre che va un altrettanto grande ringraziamento, per essere amante sensibile e praticante saggio e silenzioso di quelle sagge virtù morali ed etiche che lo hanno spinto a far conoscere e rivivere la vicenda familiare che incornicia questo riconoscimento.
Perché quindi sono anche io testimone? Perché questi valori sono stati l’ossatura con cui mia nonna ha camminato nella sua vita, ispirandovi chiunque fosse al suo fianco e considerandoli i ‘fini ai quali l’attività umana si volge e per cui chiede protezione’ (F. Vassalli); e ancora perché sono stata onorata della possibilità di essere erede di una testimonianza viva, quale è quella di una vita salvata, che è giusto destinare alla Memoria allo stesso modo in cui devono essere resi indimenticabili quei fatti sconvolgenti con cui l’uomo ha costruito parte della sua storia.

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