Viaggio nella complessità di Hebron

Hebron Old City

di Sergio Romano –

L’autostrada che va da Gerusalemme a Hebron attraversa per trenta chilometri il territorio della Autorità palestinese e costeggia Ramallah, sede del suo presidente, Abu Mazen, e dei suoi uffici governativi. Ma la regione è chiamata dagli ebrei Giudea, la strada è israeliana e non meno israeliani, naturalmente, sono i due muri che la separano dal territorio circostante.

Sergio Romano

Sergio Romano

A Hebron, una città che conta circa 200 mila anime, il problema della sovrapposizione fra due popoli e due culture è ancora più imbrogliato. La grande maggioranza degli abitanti è musulmana, ma esistono non meno di quattro insediamenti ebraici protetti da truppe israeliane e da occasionali posti di blocco. La città è nota per i suoi vetri e le sue ceramiche, ha una università con più di settemila studenti e una edilizia fiorente. Le case sono fatte con le stessa pietra bianca, leggermente rosata, che è usata per quelle di Gerusalemme; ma le finestre qui hanno grate di ferro molto eleganti, con graziose volute che cambiano da un edificio all’altro. E certamente una città araba. Ma il mio accompagnatore mi spiega che qui l’apertura di una nuova finestra è soggetta alla autorizzazione delle autorità israeliane.

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L’autostrada d Gerusalemme a Hebron

Dietro questa geografia etnico-religiosa vi sono alcune vicende storiche. Nella Palestina ottomana, sino alla fine della Prima guerra mondiale, e in quella mandataria, quando la Società delle Nazioni ne affidò l’amministrazione alla Gran Bretagna, gli ebrei di Hebron erano una vecchia comunità, composta da poche centinaia di persone che vivevano da parecchi secoli in un piccolo ghetto nel centro della città. Ma  durante la prima grande sollevazione araba contro le colonie sioniste, gli ebrei uccisi a Hebron furono 67 e molti altri dovettero fuggire.

Vi tornarono in maggior numero dopo la guerra dei Sei giorni del 1967, quando la Cisgiordania fu occupata dall’esercito israeliano. Crearono a Hebron un enclave nel mezzo della città e altri insediamenti che contano oggi qualche migliaio di persone.

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Baruch Goldstein

Abramo per i musulmani è il padre di Ismaele, il profeta che Maometto incontrò durante il suo viaggio notturno a Gerusalemme sacro del 1929. Si chiamava Baruch Goldstein, era un medico e veniva da New York, dove aveva militato nel bellicoso movimento Kach, una organizzazione fondamentalista ebraica creata dal rabbino Meir Kahane.

Il 25 febbraio 1994, Goldstein, vestito con una uniforme militare dell’esercito israeliano, entrò all’ora della preghiera nella moschea della «Tomba dei patriarchi», spianò un fucile mitragliatore, uccise 29 persone e ne ferì 125. Caduto nelle mani di coloro che erano sopravvissuti alle raffiche del suo fucile, Goldstein fu letteralmente fatto a pezzi. Nella Cisgiordania vi furono altri scontri e altri morti.

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Carabinieri in pattuglia, i marescialli Maulella, Badio e Balsano

L’episodio convinse Israele ad accettare nel 1995 un accordo con l’Autorità palestinese che prevedeva la presenza a Hebron di un piccolo distaccamento di osservatori internazionali. Nacque così il Tiph, acronimo inglese di Presenza internazionale temporanea a Hebron.

Gli osservatori sono circa settanta e provengono dalle forze armate o di polizia di cinque Paesi europei: Italia, Norvegia, Svezia, Svizzera e Turchia. Non sono armati, non vestono uniformi militari e portano una giacca a vento su cui è scritto in tre lingue (inglese, ebraico e arabo) la parola «osservatore». Obbediscono a istruzioni precise, non devono lasciarsi coinvolgere in scontri o litigi, ma possono prendere fotografie e devono inviare rapporti ai loro superiori.

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Non sono «caschi blu», ma la loro presenza a Hebron si è dimostrata alquanto utile. Piacciono ai palestinesi, ma un po’ meno ai coloni ebrei che manifestano occasionalmente il proprio malumore con il lancio di sassi contro le loro auto quando fanno servizio di ronda. Purtroppo questa è una regione del mondo in cui piacere a tutti è particolarmente complicato.

Nelle scorse settimane l’Unesco ha conferito a Hebron e alla Tomba dei patriarchi il titolo di «sito palestinese del patrimonio mondiale». L’autorità palestinese ne è orgogliosa, il governo israeliano ha reagito con rabbia, annunciando che diminuirà i suoi contributi finanziari a una organizzazione così «intollerabilmente partigiana».

La materia del contendere è la Tomba dei patriarchi, un grande edificio rettangolare in pietra, costruito all’epoca di re Erode. Questo è il luogo di Hebron in cui i rischi della sovrapposizione sono maggiori. Vi sono sepolti Abramo, la moglie Sara, i figli Isacco e Giacobbe. Gli ebrei vi hanno costruito quella che è, dopo la distruzione del Tempio, la più sacra delle loro sinagoghe.

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I musulmani vi hanno costruito una moschea che è (dopo quelle di Mecca, Medina e Gerusalemme) il quarto luogo santo dell’Islam. Una buona parte di questo incomparabile patrimonio religioso può essere custodito e venerato separatamente, ma Abramo appartiene a entrambi e non può essere diviso. Per gli ebrei è il capostipite, l’uomo a cui Dio comunicò alcuni fondamentali precetti della fede, fra cui la circoncisione.

Per i musulmani è il padre di Ismaele (padre a sua volta dei dodici progenitori delle tribù arabe), il profeta che Maometto incontrò durante il suo viaggio notturno a Gerusalemme. Nella Tomba dei patriarchi, quindi, ebrei e musulmani hanno una stessa eredità. Ma niente è tanto difficile quanto la spartizione della eredità fra due popoli che sono per molti aspetti religiosamente cugini.

La tomba di Abramo

La tomba di Abramo

Ne abbiamo avuto una ennesima prova negli scorsi giorni a Gerusalemme, dove la Spianata delle Moschee (che gli ebrei chiamano Monte del Tempio) è diventata teatro di scontri tra i fedeli dell’Islam e le forze di sicurezza dello Stato d’Israele. A Hebron il risultato di questo storico dissidio è una sorta di convivenza coatta. La tomba di Abramo è stata incastrata fra la sinagoga e la moschea in una cella che ha soltanto due finestrelle sbarrate, una per gli ebrei e l’altra per i musulmani. Tenuti a distanza, i due lontani eredi di Abramo si vedono a malapena attraverso le sbarre.

 (Corriere della Sera)

 

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