Yasser e la cruna dell’ago

 

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di Giuseppe Crimaldi

Un assassino non potrà mai andare in Paradiso. Un ladro non può diventare un simbolo. E così come un lestofante, uno che ha succhiato il sangue alla sua stessa famiglia, nemmeno riuscirà mai a passare per la cruna dell’ago.

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Yasser Arrafat

Nella sua vita terrena Yasser Arafat è riuscito a coronare un personale, tristissimo primato: incarnando il male nella sua una e trina figura di carnefice, di mariuolo e di bugiardo. A dodici anni dalla sua morte è forse arrivato il momento di svolgere una riflessione sull’uomo che prima di ingannare il mondo e – soprattutto il popolo palestinese – ha preso in giro se stesso (si fa pr dire: per farlo avrebbe dovuto avere una coscienza di uomo).

Mistificatore professionista, laureato in prestidigitazione internazionale con specializzazione in macelleria terroristica (conseguita a suo tempo nella Mosca sovietica e con l’appoggio dei principali gruppi terroristici mediorientali e europei) e con un master in codardia. Un uomo nero. Uno di quelli che nessuno – nel proprio palazzo – avrebbe voluto trovare come condomino.

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Gheddafi e Arrafat

E invece la vulgata comune, e il vento dei rivoluzionari duri-e-puri della sinistra in cachemire e col portafogli a destra lo ha fatto leader.

Un eroe. Riservandogli persino – con la complicità dell’establishent parigino dell’epoca – l’onore di morire in un letto, e non – com’è accaduto invece a tanti altri suoi sodali, a cominciare da Muhammar Gheddafi – sotto il linciaggio della folla, cioè dei suoi stessi ex accoliti.

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Ehud Barak, Bill Clinton e Yasser Arafat

Ma chi era veramente Yasser Arafat? L’uomo della pace insignito del Nobel? Il trascinatore di popolo? Il padre di una patria mai nata? No. Niente affatto. Pensate: arrivato a un passo dallo storico accordo di camp David, il leader dell’Olp ritirò la firma sotto quel trattato faticosamente costruito grazie alla pazienza di Israele. Così morì la speranza della Pace e della concordia per il Medio Oriente. Fu Arafat a gettar via il bambino con l’acqua sporca.

Menomale che a mettere un po’ d’ordine e di verità ci pensano il tempo e la storia, che prima o poi finiscono sempre con l’andare a braccetto. E’ vero, ci sono molti modi per interpretare il corso dei fatti. Ma noi prima di scrivere ci siamo documentati a fondo: scoprendo, senza superflua meraviglia, che otto siti su dieci consultati in rete fanno disinformazione su quel tale signore nato in Egitto e registrato addirittura con doppia identità.

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Persino la data e il luogo della sua nascita sono sempre rimasti assai controversi. Il suo certificato di nascita – depositato al Cairo – dichiara che Yāsser ʿArafāt è nato al Cairo il 24 agosto 1929. Altre fonti sostengono che invece sia nato a Gerusalemme il 4 agosto 1929. È però interessante notare come nella sua biografia “ufficiale”, Alan Hart confermi il fatto che il capo dell’Autorità Nazionale Palestinese sia nato al Cairo. Il suo nome completo alla nascita è questo: Muḥammad SerefinʿAbd al-Raḥmān Giurt-Abd Lali Wake’ EschmduchtʿAbd al-Raʾūf ʿArafāt al-Qudwa al-Ḥusaynī-Nazmir Ayehu. Aveva, evidentemente, i geni del prestigidatore si da quando era in fasce.
Altro che uomo di pace. Lasciate queste pinzellacchere ai propal e ai nostalgici della kefiah. Arafat è stato ben altro. Innanzitutto un assassino.

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Le vittime di Monaco 1972

Mandante dichiarato di attentati contro civili: israeliani ma non solo israeliani. L’elenco roso sangue è lungo ma la dice lunga. L’Olp e Arafat sono i carnefici della la strage di Monaco (1972: 17 morti); dell’attentato alla sede El Al di Roma-Fiumicino (1973: 32 morti); del dirottamento di Entebbe tra Grecia, Uganda e spazio internazionale (1976: 12 morti); del raid all’Hotel Norfolk di Nairobi (1980: 17 morti); dell’attentato alla Sinagoga di Roma (1982: un mabino morto); della strage di Fiumicino (1985: 13 morti); dell’attentato all’aeroporto di Vienna (1985: sei morti); del dirottamento dell’Achille Lauro in acque internazionali (1985: un morto); della strage della sinagoga Neve Shalom a Istanbul (1986:- 22 morti); della strage dell’ambasciata israeliana di Buenos Aires (1992: 29 morti); della strage del centro di cultura ebraica di Buenos Aires (1994: 96 morti).

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La strage di Fiumicino, 1985

Arafat e la sua compagnia di sodali stragisti – il braccio armato di Abu Nidal, la tedesca Rote ArmeFraktion, Settembre nero, le Brigate Ezzedine Al Qassam, eccetera eccetera – sono tutti correi di queste atrocità. D’altronde non fu lui, l’ineffabile Yasser, a sgolarsi davanti alle televisioni del mondo imbracciando il kalashnikov al grido di “Questo è l’unico modo di poter dialogare con Israele”? Altro che Nobel per la Pace.

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Arafat e la moglie Suha

Poi c’è l’Arafat lestofante. Che va a braccetto con la sua terza reale identità: quella del ladro. Ladro di speranze e di denari: entrambi patrimonio dei palestinesi. Mentre mandava i suoi “soldati” a morire e a seminare lutti in Israele e nel resto del mondo, lui accumulava una ricchezza immensa. Un tesoro che però non è riuscito a godersi. Pensate che fu addirittura necessario un accordo finanziario con i vertici dell’Olp per staccare la spina e consentire la morte di Arafat.

La vedova Suha si sarebbe infatti assicurata – e la fonte della notizia fu confermata dai più prestigiosi organi d’informazione di mezzo mondo, che pubblicarono la notizia (mai smentita da fatti e documenti) – una rendita di tutto rispetto: 22 milioni di dollari all’anno, con un accordo siglato nel 2004 con il segretario generale dell’Olp, quell’Abu Mazen che poi si sarebbe accomodato sul “trono” di Ramallah.

The Palestine Liberation Organization (PLO) chairman Yasser Arafat attends a ceremony marking the end of a military training in Damascus 17 August 1970. Yasser Arafat found the Palestine Liberation Movement or Fatah in Kuwait in 1959 and gained control over the PLO in 1969.

 

“Un patto fondato sulla base della somma che lo stesso Arafat – scrisse il Corriere della Sera (mai smentito da fatti e documenti, ndr) – aveva inviato alla moglie nel luglio dello stesso anno. Undici milioni di dollari per coprire le spese di sei mesi”. Da dove venivano quei denari?
Ma c’è di più. La cifra, quella data a Suha Arafat, venne sottratta dal tesoro segreto dell’Autorità palestinese controllato dal rais scomparso. “Una montagna di denaro (circa 4 miliardi di dollari) – a scriverlo fu sempre il Corriere della Sera – che il leader palestinese avrebbe distribuito in conti bancari sparsi tra Tel Aviv, Londra e Zurigo”. Soldi. Una montagna di soldi accumulati chissà come…. E pensare che nel 2004 i palestinesi facevano la fame: versando in uno stato di crisi finanziaria i cui debiti ammontavano a 185 milioni di dollari per le spese mensili, a fronte di un budget di 55 milioni. No, non può essere. Un assassino, lestofante e ladro di sogni e di speranze non passerà mai per la cruna di un ago.

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Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi, giornalista